Alla fine sembra proprio che il 2023 sia l’anno che vedrà un ritorno in grande stile di “El Niño” che, secondo alcuni scienziati, causerà ondate di calore che rischiano seriamente di battere i recenti record di caldo degli ultimi anni un po’ in tutto il mondo.

Ma cos’è il Niño e perché si chiama così?
Di fatto si chiama così un fenomeno che causa il surriscaldamento delle acque superficiali del Pacifico Orientale di almeno 0,5 gradi (ma può arrivare anche a 3-4 gradi di aumento) per un periodo di almeno 5 mesi. Tale fenomeno modifica la circolazione dei venti lungo l’equatore e, con essi, l’alternanza fra pioggia e siccità un po’ ovunque. Oltre a modificare il clima il Niño, che deve il nome al periodo dell’anno in cui si manifesta, ovvero in inverno (Niño è il bambino, con riferimento alla nascita di Gesù e al Natale) modifica anche la presenza di plancton nell’oceano, visto che impedisce la risalita delle sostanze nutritive dalle profondità marine tramite la corrente di Humboldt.

Perché dobbiamo preoccuparci?
Le previsioni ci dicono che entro breve potrebbe prendere le mosse questo grande riscaldamento: le sue conseguenze si farebbero sentire, più che quest’anno, nel 2024, visto che gli effetti complessivi del Niño impiegano parecchi mesi prima di mostrare tutti i propri effetti. È accaduto così nel 2016, un anno caldissimo che era stato preceduto nel 2015 dal riscaldamento del Pacifico. Considerando che già il 2022 appena terminato è stato definito uno dei 6 anni più caldi di sempre, insomma, non c’è da stare allegri.
Ma siccome ogni fenomeno ha il suo contrappasso, anche mister Riscaldamento oceanico fa parte di un’oscillazione naturale guidata dalle temperature oceaniche e dai venti nel Pacifico, che passa da El Niño alla sua controparte più fredda, La Niña, che sembra aver imperversato negli ultimi 3 anni (immaginate cosa sarebbe successo senza, viene da dire…) portando con sé un abbassamento delle temperature.
Secondo Adam Scaife, responsabile delle previsioni a lungo raggio presso il Met Office del Regno Unito, è possibile che entro 5 anni la temperatura media possa aumentare di 1,5° è del 50%.

Ma com’è possibile prevedere questo tipo di eventi con più di un anno di anticipo, quando non riusciamo ad avere previsioni meteo affidabili a più di 2/3 giorni?
È lo stesso Mr Scaife a rispondere: la scienza ha compiuto passi da gigante e può predire con molti mesi di anticipo questi fenomeni. Ma predire El Niño non significa con certezza sapere che l’estate del 2023 o meglio ancora del 2024 sarà sicuramente caldissima: è una possibilità supportata dai fatti, dai dati, come quelli già citati del periodo 2015/2016.

Anche il professor James Hansen, della Columbia University, a New York, recentemente ha affermato: “Suggeriamo che il 2024 sarà probabilmente fuori classifica come l’anno più caldo mai registrato. È improbabile che l’attuale La Niña continui un quarto anno. Anche un piccolo Niño dovrebbe essere sufficiente per innalzare la temperatura globale”. A rabbiuare ancor più gli orizzonti (anzi a rabbiuarli meno  a quanto pare…) contribuisce il calo dell’inquinamento atmosferico in Cina, che nascondendo meno il sole, sta anche aumentando il riscaldamento .
Il professor Bill McGuire, dell’University College di Londra, se possibile rincara ancora la dose : “Quando [El Niño arriverà], il clima estremo che ha imperversato sul nostro pianeta nel 2021 e nel 2022 impallidirà fino a diventare insignificante”.

Gli effetti?
Grande siccità, accompagnata da ondate di calore ed incendi, in Australia e Indonesia, inondazioni in Cina nel bacino dello Yangtze, sparizione dei monsoni nel sud-est asiatico o in Africa, altre inondazioni in Africa Orientale o negli Stati Uniti. Persino l’Amazzonia rischia “di soffrire la sete”.

La domanda più importante, a questo punto. è quale modello avrà la meglio pe ril futuro: le correnti calde di Niño o quelle più fresche della Niña?
Dalla risposta dipende il futuro nostro e del pianeta.
Ma si tratta di una domanda senza risposta: per saperlo ci vorrebbe una tecnologia che ancora non possediamo, i modelli climatici su cui ci basiamo non arrivano a tanto. Per fare un salto occorrerebbero sistemi informatici più potenti e performanti, reti di trasmissione dei dati migliori. Per questo Tim Palmer, professore ad Oxford, e colleghi hanno chiesto l’istituzione di un centro internazionale da 1 miliardo di dollari per la modellazione climatica , simile al Large Hadron Collider che consente ai fisici delle particelle internazionali di fare insieme ciò che nessuna singola nazione può fare da sola.